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Intervista a Amos DJ – Una vita in consolle, tra onde radio e notti infuocate

Intervista a Amos DJ – Una vita in consolle, tra onde radio e notti infuocate

Amos, quando è iniziato tutto per te?

La mia storia con la musica parte da lontano, nel 1999. Avevo poco più di 20 anni e frequentavo Il Cubo, una delle discoteche più grandi della provincia di Cuneo, a Borgo San Dalmazzo. Era un tempio della musica, un luogo dove ogni notte sembrava un’esperienza mistica. È lì che ho conosciuto il DJ resident e soprattutto il vocalist M.M., che oltre a incendiare la pista, lavorava anche in una radio locale.

Un giorno mi invitò a partecipare alla sua trasmissione. Ricordo ancora quel momento: appena varcai la soglia della radio, sentii qualcosa cambiare dentro di me. Era come entrare in un mondo parallelo dove ogni suono aveva un significato. In quel preciso istante, capii che non potevo più farne a meno.

 

E da quel sogno cosa è nato?

Un sogno diventato realtà. Ho fatto di tutto per avere il mio spazio in radio, e ce l’ho fatta. In oltre 20 anni ho avuto l’onore di trasmettere su diverse emittenti locali, tra cui TRS Radio e Radio Piemonte Sound, che porto nel cuore.

Ma non mi sono mai fermato alla radio. Nello stesso anno ho iniziato anche a fare il DJ, con la mia prima vera residenza: La Cucaracha a Monterosso Grana, la domenica sera. Era il mio debutto ufficiale dietro una consolle. Da allora non mi sono più fermato.

 

Cosa significa per te essere un DJ?

Per me fare il DJ non è mai stato imporre i miei gusti, ma interpretare le emozioni della pista. Ogni serata è un universo a sé: pubblico diverso, energia diversa, atmosfera diversa. Ho imparato a leggere la pista, ad ascoltarla, a capire dove portarla. Questo mi ha reso flessibile, pronto ad affrontare qualsiasi situazione, anche le più complesse. Oggi, grazie all’esperienza, posso entrare in un locale senza sapere esattamente che genere suonerò — lo decido lì, guardando negli occhi chi ho davanti.

 

E il microfono? Una tua arma segreta?

Senza dubbio. L’esperienza radiofonica mi ha dato una marcia in più. So quando e come usare la voce, e questo mi permette di creare un legame diretto con il pubblico. Il microfono, se usato con intelligenza e cuore, può diventare un ponte potentissimo tra la musica e le persone.

 

Parlaci delle tue produzioni…

Con il mio socio abbiamo pubblicato brani in compilation prestigiose come HIT MANIA e altri progetti distribuiti a livello nazionale. Ma ci piace anche giocare, divertirci. Un esempio? Una delle nostre produzioni più particolari nasce proprio da un legame con il territorio.

Nel locale dove lavoro durante la stagione invernale — Il Galòt, a Roccabruna — uno dei digestivi più amati è il Chiot, un amaro alle erbe tipico della Valle Maira. Così abbiamo creato un brano che celebra proprio il Chiot e il locale stesso. È stato un tributo, un gesto d’amore. Grazie a Vena Artistica, il progetto ha preso vita anche in video: loro si sono occupati di tutto, dalla location agli attori, fino alla regia firmata da Vittoria Adamo. È stato qualcosa di unico.

 

Progetti futuri?

Non ci fermiamo mai. Siamo sempre alla ricerca di nuove sonorità, di produzioni che possano parlare il linguaggio del presente — per essere ascoltati in radio, in streaming, in TV, ovunque ci sia qualcuno pronto ad emozionarsi con la musica.

 

Che consiglio daresti a un giovane aspirante DJ?

Gli direi: “Vieni con me.” Non per insegnarti a premere ‘play’, ma per farti capire cosa c’è dietro a ogni battito: la struttura dei brani, la metrica, i generi, le transizioni. Il DJing non è solo tecnica: è cultura, ascolto, rispetto per chi hai davanti. E questo lo impari solo stando fianco a fianco con chi ha vissuto tutto sulla propria pelle.

 

C’è una canzone che ti rappresenta?

Sì, senza dubbio: Hot Stuff di Donna Summer. È da lì che tutto è cominciato. Non come DJ, ma come artista. Quella canzone ha acceso la scintilla che oggi è diventata un incendio difficile da spegnere.

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Salone Del Libro 2025: Sergio Bergese – Il mio nome è Orazio Talpone

Salone Del Libro 2025: Sergio Bergese - Il mio nome è Orazio Talpone

Il mio nome è Orazio Talpone di Sergio Bergese.

è un romanzo che dal titolo e dall’incipit potrebbe indurre a credere di avere di fronte un’opera autobiografica il che non è. Si tratta, invece, di una storia narrata in prima persona dal protagonista che nel suo dipanarsi assume contorni inaspettati.

 

Una parte che per lei è particolarmente significativa della sua carriera da scrittore?

Essendo un esordiente, uno dei momenti più significativi della mia carriera da scrittore è stato l’invio all’editore del “visto si stampi” per Il contrario di lei, il romanzo d’esordio. Solo qualche mese prima non avrei mai immaginato di trovarmi in quella situazione. Anche se scrivere per me resta soprattutto una passione, poterla condividere con altri — affrontando le emozioni e i rischi che ne derivano — è un modo gratificante di mettersi in gioco. Un’emozione diversa, ma altrettanto intensa, è stata quella di tenere tra le mani il libro stampato. Ci tengo però a sottolineare che, al di là di qualsiasi traguardo o riconoscimento — e credo sia un sentimento condiviso da molti autori, soprattutto da chi non è emerso o ha scelto percorsi meno visibili — ciò che davvero conta è la passione che ci spinge ogni giorno a sederci alla scrivania per inventare storie.

 

Cosa l’ha spinta a scrivere questo romanzo?

Il secondo romanzo Il mio nome è Orazio Talpone è nato dal desiderio di inventare una storia surreale, perché sento che il genere mi stimola parecchio, scaturita dall’aver osservato un grumo di bitume sull’asfalto sotto casa. E poi dalla volontà di provare a mettermi in gioco con un percorso diverso, infatti si tratta di un’opera scritta in prima persona. E, in ultimo, dal provare a delineare il protagonista in modo più marcato rispetto al romanzo precedente dove, in realtà, un vero protagonista non si trova.

 

Cosa si aspetta dalla partecipazione al Salone del libro 2025? 

Il Salone del Libro rappresenta un appuntamento importante per chi opera nel mondo dell’editoria. Anche se la mia partecipazione sarà in veste di spettatore, mi auguro di poter assistere a incontri stimolanti, scoprire nuovi autori e magari avere occasione di confrontarmi con altri scrittori. È un’occasione preziosa per sentirsi parte di una comunità e per continuare a nutrire la passione che mi ha spinto a scrivere.

 

Una canzone per lei importante per chiudere questa intervista per ERRE18? 

Da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd: Time.

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Partecipare al Salone del Libro 2025, è un impegno notevole. Il quadro della Scuola Comics al Salone, l’insegnante di Videomaking: Domenico Bruzzese.

 

Una parte che per lei è particolarmente significativa della sua carriera da artista?

Per me una parte particolarmente significativa nella mia vita da artista sono i feedback delle persone, perché l’arte non la concepisco come una sola soddisfazione personale ma condivisione della creatività, per me arte è un’azione che si finalizza con le altre persone.

 

Cosa l’ha spinta a inserirsi in questo settore?

La mia necessità di esprimermi, comunicare e meravigliare sono le cose che mi hanno spinto a inserirmi in questo settore

 

Cosa si aspetta dalla partecipazione al Salone del libro 2025?

Dal salone del libro mi aspetto molta partecipazioni di giovani e molta attenzione alle tematiche attuali come ambiente, diritti e lotta alla disinformazione.

 

Una canzone per lei importante per chiudere questa intervista per ERRE18? 

Chiuderei questa intervista con “Me Staje Appennen’ Amò” di Liberato.

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Salone del Libro 2025: Isabella Dalla Vecchia

Salone del Libro 2025: Isabella Dalla Vecchia

Il libro di Isabella Dalla Vecchia, si chiama Format DNA, ed è diverso rispetto agli altri libri che ha scritto, questo libro l ha portato alla Fiera del Libro di Torino 2025. Nasce come saggista di archeo misteri, studio tradizioni, simbologie e leggende da anni, ha un sito che si chiama www.luoghimisteriosi.it. Ha scritto circa 17 saggi e un solo romanzo che è proprio questo quello che ha portato con lei. È in sostanza l’unico “maschio” in mezzo a decine di femmine. Isabella, ama tutti i suoi libri, ma questo è speciale proprio perché si differenzia dagli altri, nonostante abbia comunque un’anima saggistica. Contiene aspetti relativi a ricerche che ha svolto sull’origine dell’uomo sulla Terra, la sua ipotetica funzione, il perché di un DNA umano, ipotesi scoperte passo dopo passo dai protagonisti che, non a caso, hanno il nome di Adam ed Eva.

 

Una parte che per lei è particolarmente significativa del suo libro?

La parte più significativa riguarda ciò in cui fermamente credo e che viene via via svelato nella narrazione. L’essere umano, per via degli innumerevoli difetti, debolezze, difficoltà nell’adattamento sul pianeta, non può essere frutto solo dell’evoluzione naturale. In molti ormai affermano che deve esserci stato un intervento esterno, un’ipotesi che potrebbe essere avvalorata da diversi fattori, anche quelli più banali, come la difficoltà delle donne a partorire, la facile mortalità di parto (gli animali sono più “facilitati”), la debolezza protratta per molti anni per la sopravvivenza dei neonati, le malattie croniche umane, insomma se la natura favorisce la vita a discapito di ciò che sopravvive a malapena che tende a eliminare, perché allora ci ha imposto queste grosse e quasi insormontabili difficoltà? La risposta potrebbe giungere da ciò che è contenuto nel DNA di cui conosciamo solo una piccola parte, quella “codificante”, mentre la parte non conosciuta che fino a poco tempo fa portava il nome quasi dispregiativo di “DNA spazzatura”, conosciuto oggi come “non codificante” è ancora sconosciuta. Se per darci un corpo e un’identità è sufficiente la prima parte, allora perché abbiamo così tanto DNA apparentemente “vuoto”? E se dentro ci fosse “qualcosa”?

 

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

Mi ha spinto l’ossessione che ho da quando sono nata per la ricerca dell’origine dell’umanità. Fin da piccola non riuscivo a trovare risposte nella semplice teoria dell’evoluzione che non poteva rispondere a diverse domande apparentemente banali, come ad esempio la misteriosa nascita delle grandi civiltà egizie, sumere, mesopotamiche. Perché l’uomo 60.000 anni fa ha iniziato a esprimersi con figure semplici ma anche più complesse tutt’oggi ancora inspiegabili? Come facevo i nostri antenati ad avere così tanta conoscenza? Con tutte le difficoltà che hanno dovuto affrontare, sono stati aiutati e indrottinati da qualcuno? Come sono nati i grandi miti del passato? Domande a cui in parte cerco di rispondere nei saggi che a volte richiedono dei “paletti” e, offrendo il romanzo maggiore libertà di espressione, ho voluto intraprendere questa strada.

 

Cosa si aspetta dalla partecipazione al Salone del libro 2025? 

Mi aspetto di far parte di un meraviglioso collettivo di scrittori che con la youcanprint sta avvenendo. Ho deciso di intraprendere per scelta un percorso solitamente “opposto” a quello dello scrittore che imbocca il self publishing come “trampolino di lancio” per passare poi alla casa editrice. Io ho invece iniziato a scrivere proprio con le case editrici, piccole, medie e grandi come la Sperling & Kupfer decidendo, dopo diverse pubblicazioni, di “mettermi in proprio” per gestire i libri a 360°. Ho sperimentato diverse pubblicazioni in varie piattaforme fino a trovare quella che ha tutto ciò di cui ho bisogno, la youcanprint.

 

Una canzone per lei importante per chiudere questa intervista per ERRE18? 

Il mio gruppo preferito sono i MUSE, con la loro filosofia oscura e intima incarnano i miei sentimenti. Il nome del gruppo richiama le muse, divinità delle arti figlie di Mnemosyne, la dea della memoria. È infatti attraverso l’arte che noi possiamo ricordare chi siamo, perché scrittura, poesia e disegno sono ispirazioni che arrivano dal luogo più nascosto della nostra anima, dal DNA “non codificante”. Inoltre, i popoli antichi, ci parlano attraverso le arti comunicandoci la loro sapienza. Amo ogni canzone dei Muse ma se proprio devo sceglierne una, giusto per rimanere in tema con l’argomento del libro, ti direi Apocalipse please.

E Apocalisse sia.

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Salone Del Libro 2025: Donato Corvaglia – fondatore e CMO di Youcanprint

Salone Del Libro 2025: Donato Corvaglia – fondatore e CMO di Youcanprint

Chi è Donato Corvaglia e come spiegherebbe in breve cosa fa Youcanprint?

Sono un imprenditore e autore italiano, co-fondatore e Chief Marketing Officer (CMO) di Youcanprint. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione e due master in marketing editoriale, ho messo la mia esperienza al servizio degli autori, contribuendo a democratizzare il mondo dell’editoria in Italia. Youcanprint è una piattaforma di self-publishing italiana che permette agli autori di pubblicare, distribuire e vendere i propri libri in formato cartaceo, ebook e audiolibro, offrendo servizi di stampa on demand e una vasta rete distributiva che include librerie fisiche e store online.

 

Che consiglierebbe a uno scrittore per capire cosa significhi essere pubblicato un suo libro, anche senza aspettative di successo? E quali sarebbero i costi da sostenere?

Consiglierei diapprocciare il self-publishing come un’opportunità preziosa per dare voce alle proprie storie e connettersi con i lettori. Youcanprint offre un ambiente professionale e accessibile per trasformare il manoscritto in un libro pubblicato, supportando l’autore in ogni fase.

Per quanto riguarda i costi, pubblicare con Youcanprint non prevede spese iniziali, e l’ISBN è gratuito. I costi principali sono legati all’acquisto di copie personali, che possono ammontare a poche decine di euro a seconda delle caratteristiche del libro. Servizi aggiuntivi come editing, impaginazione e promozione sono facoltativi e hanno costi variabili.

 

Quali sono le possibilità di successo?

Il successo nel self-publishing è influenzato da diversi fattori, tra cui la qualità dell’opera, l’impegno nella promozione e il genere letterario. Siamo orgogliosi di aver supportato oltre 20.000 autori nella pubblicazione di più di 50.000 opere, distribuendo oltre 3 milioni di copie e pagando più di 3 milioni di euro in royalties. Puoi trovare maggiori informazioni e storie di successo sul nostro sito: youcanprint.it.

 

Cosa si aspetta dalla partecipazione al Salone del libro 2025?

La nostra partecipazione al Salone del Libro di Torino 2025 è un’occasione importante per incontrare la comunità di autori, i lettori e gli altri professionisti del settore editoriale. Sarò presente nell’area self di Youcanprint per condividere esperienze, presentare le novità della piattaforma e offrire consulenze personalizzate a chi è interessato al self-publishing. Puoi seguirci anche su Instagram.

Una canzone per lei importante per chiudere questa intervista per ERRE18?

La canzone che sento particolarmente significativa è “Viva la vida” dei Coldplay. Ritengo che il suo messaggio di resilienza e di capacità di reinventarsi sia molto vicino allo spirito di chi sceglie il percorso del self-publishing.

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Salone Del Libro 2025: Sergio Bergese – Il mio nome è Orazio Talpone

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Salone Del Libro 2025: Domenico Bruzzese, insegnante allo stand della Scuola di fumetto Comics di Torino

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Salone Del Libro 2025: Federico Aru – Era la stessa luna

Salone Del Libro 2025: Federico Aru - Era la stessa luna

Federico Aru, nato a Cagliari nel 1984, è Dottore Magistrale in Scienze filosofiche. Dal 2016 vive e lavora a Torino, dove si occupa di formazione e progettazione educativa. Dal 2024 è ideatore, realizzatore e animatore del progetto lineafilosofica.it, una proposta di ricerca e sviluppo della pratica filosofica nella quale le competenze acquisite si coniugano alla passione per la lettura e la scrittura. È inoltre autore di tre romanzi: Mi ami? (Il Rovescio, 2012), Sulla scia del vento (Genesi Editrice, 2019) e Era la stessa luna (Nerosubianco 2024).

 

“Era la stessa luna”, edito da Nerosubianco, di che cosa narra?

Il romanzo breve narra l’esperienza di Mauro, un oristaneseemigrato a Torino che tenta di riscattare la sua vita personale e professionale. La sua è un’esistenza che mi piace definire “una collezione di solitudini”: ha una compagna, Luisa, con la quale fatica a costruire spazi di dialogo e di comprensione; ha pochi amici, tra cui Bacci e Chera, che non fanno che assecondare i continui (e sempre più violenti sbandamenti); ha una terra d’origine, la Sardegna, che lui ricorda in modo sfocato soprattutto grazie al rapporto sfilacciato con Laura, la sua amica d’infanzia. L’esistenza di Mauro è una “collezione di solitudini” perché non c’è né un legame tra tutte queste cose, né un progetto in forza del quale potrebbe in qualche modo riunirle. Quando un’esperienza drammatica lo colpisce in pieno e inaspettatamente, Mauro, quarantenne all’apparenza sradicato e solo, assiste al crollo repentino di quella “collezione”. 

Penso che il tema principale del romanzo sia la solitudine esistenziale che ci rappresenta tutti. Le nostre vite sono sempre più costrette, sempre più in sofferenza, ed è sempre più raro godere di legami autentici o avere un progetto di vita che non sia semplicemente strumentale, materiale. Quando la prima idea del romanzo mi ha attraversato la mente, facendomi cogliere l’immagine appena abbozzata di Mauro, ho capito subito che cosa avrei dovuto comunicare con questo lavoro: cosa non vorrei essere, cosa spero che non mi accada, da che cosa non vorrei farmi catturare. Mauro mi ha aiutato a riattraversare i punti fermi della mia vita in modo più profondo e maturo; è stato un lavoro lungo, a volte difficile, altre molto emozionante, ma in ogni caso appagante proprio perché anch’io ho fatto collezione di solitudini! 

Sì, in questo senso “Era la stessa luna” è stato (ed è) un passaggio fondamentale della mia crescita sia come persona che come autore, e provo verso questo romanzo una specie di affetto. Mi spaventa un po’ constatare che il nostro modo di vita sia intrappolato dentro una falsa idea di socialità. Questa illusione non riguarda soltanto i giovani, ma proprio tutti. La solitudine che Mauro sperimenta su di sé è infatti la condizione tipica dell’essere umano contemporaneo, che si guarda attorno smarrito, che scappa di fronte allo sguardo dell’altro, che affronta chiuso in sestesso il dolore e l’angoscia. Ad un certo punto della mia vita ho capito che io, da sardo, custodisco dentro di mequalcosa di prezioso. Sono le mie radici, la mia identità isolana, che su di me hanno fortunatamente ancora molta presa. 

Sarei potuto essere anch’io uno dei tanti Mauro che ci circondano, e che probabilmente noi conosciamo? Forse sì. Essere sardi significa – almeno per me – vivere in modo intimo il rapporto con le proprie origini, e questo per almeno due aspetti: uno è la lingua, che porta sempre con sé un carico di significati, immagini e valori che sono intraducibili in modo completo in qualsiasi altra lingua. Questo, sia chiaro, vale sempre, per tutte le lingue, ed è un importante aspetto dell’identità culturale su cui occorre soffermarsi. L’altro è il mare, che separa in modo netto, inequivocabile, le terre. Ecco: quando è il mare a separare la terra dove sei nato dalla terra dove hai scelto di vivere, dentro di te si forma uno spazio vuoto, una parentesi, che prima o poi dovrai affrontare e provare a riempire di senso. Il mare è, per definizione, l’elemento che spezza la continuità della terra e che ti costringe a tornare in te stesso, a fare i conti con te stesso. È questo, io credo, a rappresentare l’esperienza di molti sardi che vivono fuori dalla loro terra.Per me è persino una fortuna che sia così! Ed è questo che cerco di testimoniare attraverso il libro.

A proposito: voglio ringraziare anzitutto Enrico Corona, il presidente dell’Associazione sarda Antonio Gramsci di Torino, che nella nuova sede in corso Umbria, tra l’altro inaugurata proprio il 17 maggio scorso, mi ha ospitato nella rassegna Trame leggère, cioè il palinsesto del Salone del Libro Off al quale ho partecipato con “Era la stessa luna”. Insieme a Enrico, voglio ringraziare anche Chiara Effe, che è parte attiva del direttivo, e che ha chiuso la tre giorni di Trame leggère con un’emozionante interpretazione di Non potho reposare. Io ero lì, in mezzo a un sacco di bella gente, e la sorpresa è stata grande. Il ringraziamento va esteso però a tutto il direttivo dell’Associazione Gramsci, che è composto da nove persone, tutte davvero appassionate e motivate a rendere quello spazio un luogo anche di cultura, oltreché di incontro, che va oltre il bisogno di rappresentanza di noi sardi a Torino. È, penso, un luogo di espressione inclusivo e arricchente per tutta la città…

 

Dunque l’amicizia, nei momenti di difficoltà ricorda quanto sono forti i legami con le proprie origini, ed è questo uno dei temi salienti di questo libro. Altri temi importanti? 

Sì, l’amicizia tra Mauro e Laura, in buona sostanza, è la via attraverso la quale ho cercato di rendere concreto il messaggio che ho ripreso nella conclusione della risposta alla prima domanda. Quando ho immaginato Laura ho pensato di costruire un personaggio femminile con certecaratteristiche psicologiche, ma anche di fantasticare sul suo carattere e sull’influenza nei confronti dell’amico emigrato a Torino. Dopo un po’, però, mi sono reso conto che non era questa la strada.

Laura, per me, è il personaggio-chiave della storia, è la mia personale concezione della terra, è in pratica l’immagine delle radici. Quando Mauro, nel corso del suo tormentoso viaggio di ricostruzione di sé, si accorge di questo, si aprirà davanti al suo sguardo sorpreso un mondo che credeva di aver perduto. Scopre che l’amicizia, se è autentica, resistealle violente trasformazioni contro le quali ogni giorno noi ci misuriamo, spesso passivamente e non sempre volutamente. Devo dire che per me vale la stessa cosa: molte amicizie d’infanzia resistono, fortunatamente, ai cambiamenti epocali che hanno riguardato me come tutti. Sono amicizie che amo curare e raccontare agli altri, proiettare sul futuro… e questi pensieri mi rendono sereno.

Non è che basta avere amici, qualsiasi essi siano; certe amicizie sono importanti proprio perché non se ne vanno mai: evolvono, certo, cambiano anch’esse, ma in un quadro che è incommensurabile rispetto a quello che riguarda la nostra esperienza quotidiana. Oggi molti aspetti della nostra vita sono “volatili”. Mauro e Laura sono la prova di quel modo di “essere amici”, e non di “fare gli amici”, che a me piace tanto e che mi fa stare bene. Credo di essere riuscito ad esprimere un concetto che ritengo importante: “essere amici”, nel tempo, nonostante tutto. Questa è un’esperienza che può salvarci dagli schianti che prima o poi la vita ci riserva. Il romanzo tratta, inevitabilmente, anche di altro. 

Devo dire però che non è semplice raccogliere tutte le tematiche in un’unica lista, perché ogni volta che rileggo “Era la stessa luna” scopro qualcosa di nuovo che prima mi era sfuggito. Ed è vero che ogni lettore ci trova cose diverse, che io stesso non ho previsto. Questo mi piace e mi fa capire che nella storia che ho scritto sono stato capace di non commettere l’errore di “spiegare” un tema piuttosto che un altro, godendomi semplicemente il piacere di attraversare la storia stessa mentre la scrivevo. Alcuni temi però sono evidenti, e rappresentano tra l’altro il mio attuale interesse di ricerca: il perdono, soprattutto, ma anche la fede e le relazioni di genere. Su quest’ultimo punto aggiungo un pensiero che ho molto a cuore: “Era la stessa luna” ha un personaggio principale, cioè Mauro, e questo è evidente pensando al focus narrativo scelto per sviluppare l’intreccio. Ma l’esperienza di Mauro, io credo, sarebbe del tutto piatta senza l’azione delle varie figure femminili che compaiono nella scena: Luisa, Laura e poi Arianna. Queste tre figure sono i “fuochi prospettici” che fanno apparire la storia di Mauro in modo tridimensionale. Penso che questi spunti daranno vita a nuove idee per il futuro…

 

La presentazione del romanzo “Era la stessa luna” al Salone del Libro Off 2025 è stata eseguita dal perfomerMarcello Carrieri, come vi siete conosciuti?

Marcello ha accettato subito la sfida: presentare il libro non parlandone, ma facendo “vedere” la storia attraverso un gesto teatrale e alcune letture mirate. È stata una sfida perché non è mai facile per nessuno guardare un proprio lavoro, qualsiasi esso sia, con occhi critici, meno ancora superarlo per andare oltre quello che il lavoro stesso ha permesso di raggiungere. 

Quando ho immaginato la struttura di fondo della presentazione del 17 maggio in corso Umbria ho cercato di andare oltre la natura stessa del libro, cioè di essere, appunto un romanzo. Ho immaginato Mauro sul palco, ed io mi sono immaginato un narratore. Ho “visto” subito la scena nella mia mente! Marcello non poteva che essere la persona giusta… l’ho incontrato per la prima volta nel 2011, credo. Entrambi partecipavamo a un corso di lavoro a Marina di Massa, in Toscana. All’epoca lui faceva il direttore di soggiorni vacanza estivi per bambini, ed io, invece, iniziavo il mio percorso di coordinamento. Poi ci siamo rincontrati in Liguria, dopo un paio d’anni, e abbiamo svolto per un certo periodo lo stesso lavoro. Al centro c’erano sempre i bambini, e i nostri ruoli erano analoghi. Lui lo vedevo animare con molta energia il palco, era come il suo ambiente naturale, e da lì si sprigionava sempre una certa energia. Io, invece, raccoglievo in appunti vari piccoli pezzetti di fantasia raccolti qua e là ascoltando gli stessi bambini. La mia energia non emergeva dal palco, ma dalla penna, e così sono nate molte delle storielle della buonanotte che poi sono diventate un libro.

Comunque, colgo l’occasione per ringraziare di nuovo Marcello e per ripetergli quello che gli ho già detto a voce: senza il suo contributo non avrei mai “visto” Mauro in scena; per me è stato emozionante. Insieme a Marcello, però, sulla scena di Trame leggère c’erano quattro donne: Francesca, Silva, Maria e Angela, che fanno parte, come me, del Circolo sardo Gennargentu di Nichelino. Loro sono state capaci di rappresentare la Sardegna attraverso la loro arte di intrecciatrici. Quei cestini, che prendevano forma mentre io e Marcello rappresentavamo le vicende salienti del libro, per me hanno restituito un’immagine plastica ed emozionante dell’identità sarda che mi (e che ci) lega alla nostra terra. Ci tengo anche a ringraziare il presidente del Circolo Gennargentu Efisio Cicu, che ha partecipato personalmente alla presentazione, e Rita Murgia anche leidel direttivo del Gennargentu, che mi ha aiutato a coinvolgere il gruppo delle intrecciatrici. Insomma: ho potuto fare quello che ho fatto grazie alla generosità di molte persone, e questo è un fatto che merita di essere sottolineato.

 

Quanto è importante per te scrivere? 

È una bella domanda. C’è un aneddoto che dimostra quanto la scrittura sia sempre stata parte di me, il mio modo naturale di essere. Frequentavo la terza elementare, l’insegnante della mia classe era maestra Maria Alba. Si usava scrivere tanto, erano i cosiddetti “pensierini” (termine ingeneroso nei confronti di quello che è stato un preziosissimo esercizio di immaginazione e di creatività durato almeno fino alla quarta elementare), maestra Maria ci faceva trascorrere molto tempo sia tra i banchi sia a casa a studiare la grammatica italiana in questo modo. 

A me è sempre piaciuta la scuola, ma realizzare i “pensierini” mi piaceva sopra ogni cosa: curavo molto l’idea, scrivevo delle prove in brutta, le rileggevo più e più volte perché mi interessava il “suono” delle parole. Spesso gli aspetti grammaticali non mi appagavano del tutto, e una frase brutta, anche se corretta dal punto di vista grammaticale, la strattonavo finché non diventava come io la volevo io. Ero un po’ troppo ostinato forse, ma tant’è…

Una volta maestra Maria mi fece andare alla cattedra e mi chiese di portarle il quaderno. A me non piaceva espormi di fronte agli altri. Ma ciò che accadde dopo fu di gran lunga peggio. La maestra lesse a voce alta ciò che avevo scritto, e la si poteva sentire mentre calcava certe espressioni e certi costrutti come se fosse contrariata. Il fatto è che qualcosa non le piaceva, e dev’essere che leggendo si era fatta un’opinione completamente sua del Federico che era l’autore di tali “pensierini”. 

Ad un certo punto si arrabbiò sul serio, e non fu bello per me: disse a tutti, quindi anche a me, ma non direttamente a me, che «Non si usa il computer per fare i compiti a casa, perché si vede che questa non è farina del suo sacco!» Ora: sto parlando dei primi anni Novanta in Sardegna, e questo deve farci osservare una cosa: il “computer” entrato in casa mia non era che una banale macchina funzionante con un ms-dos, completamente priva di potenzialità tanto avanzate da rendere possibile un progetto temerario come quello che la maestra aveva immaginato. Figuriamoci poi internet: erano davvero altri tempi.

No, non scrissi mai quei “pensierini” al computer, e quell’affermazione mi colpì a tal punto da restare impressa nella mia mente per sempre. Molti direbbero – e infatti è stato detto – che quella fu per me un’umiliazione. Io non la penso così. Certo, in quel caso maestra Maria si fece un’idea sbagliata di me, ma con questo non ho perso neppure un grammo della stima che nutro per lei e per quello che fece nei primi cinque anni di scuola. Semplicemente, quell’episodio mi spinse ancor più a dimostrare che le cose che scrivevo fossero “farina del mio sacco”! 

La scrittura è importante per me, dunque, perché fin da piccolo ha rappresentato un territorio di sfida, uno spazio di incontro e di scontro costruttivo con la figura del maestro. Territori come questi, spazi come questi, oggi sono più rari. Io ho vissuto il rapporto con l’autorità del maestro non passivamente, ma, al contrario, come spinta a fare sempre di più e sempre meglio. Ma, anzi tutto, quell’episodio è come se mi avesse spronato a esplorare più a fondo qualcosa (una passione?) che non mi avrebbe più abbandonato. 

Oggi riconosco l’inestimabile valore di quei primi insegnamenti e colgo l’occasione per ringraziare la signora Maria Alba per quello che ha fatto per tanti studenti come me. Ora lei non c’è più, ma mi piacerebbe che Donori, il mio paese d’origine, dedicasse a lei uno spazio pubblico. È stata la maestra di molti, un esempio di coerenza e di integrità che credo meriti un riconoscimento. E riconosco questo nonostante l’aneddoto che ho raccontato. 

 

Progetti futuri? 

Ci sono molte idee, l’entusiasmo e l’energia fortunatamente non mancano. Ma una in particolare sta prendendo forma e riguarda una tematica su cui ho già detto qualcosa poco fa. Ultimamente sento il bisogno di pensare, oltreché di scrivere, sulla violenza di genere. Sono molto preoccupato, come essere umano in primo luogo, e poi come uomo e come padre. E qui l’ordine delle cose conta: prima di tutto come essere umano. 

C’è in me il bisogno di andare alla radice di questa piaga, di scoprire la trama intricatissima che riveste il fenomeno della violenza di genere e di farne un argomento di confronto quotidiano, a cominciare dalla famiglia. La violenza di genere ha radici culturali e sociali e su questo non c’è dubbio. Se neghiamo questo, semplicemente stiamo guardando da un’altra parte e non ci sarà mai modo di intraprendere un dialogo vero, alla maniera dei filosofi greci, che prima di discutere intorno a determinate cose si assicuravano che ognuno dei dialoganti stesse osservando, pur dalla sua prospettiva particolare e diversa, lo stesso oggetto. Lo stesso problema, diremmo noi oggi. 

C’è una radice esistenziale del problema, un po’ meno visibile delle altre, che credo di poter (e dover) fare emergere. Sto parlando della crisi valoriale che affligge l’essere umano contemporaneo, cioè dell’assenza di valori universali in senso forte che ci aiutano a custodire i fondamentali della nostra vita, come la dignità, la libertà, l’unicità, l’irripetibilità e la differenza dell’essere umano, che mi toccano e mi preoccupano perché la minaccia alla quale queste cose sono esposte rischia di farci perdere contatto con un’idea di “essere umano” che io ho imparato a coltivare. I valori possono anche cambiare, e infatti cambiano; possono anche decadere per fare posto ad altri valori, e infatti decadono continuamente perché altri si collochino al loro posto. Questo fenomeno è noto ed è socialmente comprensibile. 

Ma ci sono almeno due questioni su cui, da umanista appassionato e convinto, mi sento di puntare i riflettori: la prima è che ci sono valori, che si chiamano universali, che non possono essere soppiantati da altri valori senza che con ciò la nostra percezione umana della vita venga meno. La nostra Costituzione difende questi valori, la Dichiarazione universale dei diritti umani fa altrettanto, e non di meno lo fanno la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza o l’Agenda 2030. Il fatto che tali valori siano sempre riconoscibili nell’impalcatura di questi traguardi istituzionali non è un caso: perderli di vista vuol dire allontanarci da una certa concezione dell’essere umano, da una idea di umanità dell’uomo che evidentemente non mai data per scontata! 

È forse sconcertante scoprirlo, ma è nostro dovere continuare a tenere alta l’attenzione su questo punto: purtroppo l’umano non è un fatto a priori, nel senso di essere dato a prescindere da quello che accade e del modo in cui ciò che accade, appunto, accade. La storia lo mostra, e noi dovremmo ricordarcelo sempre. L’umano può anche evolvere, se non involvere, in qualcosa che umano non èpiù. Ecco: oggi, parlando di violenza di genere, sento il bisogno di richiamare l’attenzione su questa prima questione. 

Ma una seconda questione, legata alla prima, non mi sembra meno importante. Si tratta della percezione che i giovani hanno dei valori universali e delle conseguenze che derivano dalla loro decadenza o trasformazione. Non è vero che i giovani non abbiano valori! Questa convinzione è degli adulti, spesso è il risultato di un’interpretazione dei giovani che non si fonda sull’ascolto diretto dei giovani, ma dalla costruzione di un monstrum che si chiama Giovane e che ovviamente spaventa. Ascoltando più attentamente i giovani, invece, si scoprono idee, pensieri e convinzioni che nominano gli stessi valori universali, ma con linguaggi difficili da decifrare. A volte sfuggenti. 

Qui sta il problema: non riuscendo a decifrare quei linguaggi, non ci accorgiamo del “mondo interiore” che i giovani custodiscono intimamente. Non basta: i giovani stessi fanno fatica a nominare quel mondo, perché non hanno le parole per farlo, perché hanno gli strumenti, e neppure a volte il coraggio. Hanno un mondo dentro, ma non lo sanno esprimere. Riusciamo a immaginare questo dramma? Se noi aiutassimo di più e meglio i giovani a portar fuori il loro mondo interiore, senza pregiudizi e senza ansie apocalittiche, ci accorgeremmo che sotto certi aspetti loro continuano a guardare lo stesso oggetto nostro, lo stesso problema. Ricordate cosa ho detto a proposito del dialogo? Ecco: è ancora possibile dialogare con i giovani intorno a questioni cruciali come i diritti universali, ma è necessario un lavoro preliminare. Per me è questo il significato concreto, attuale e praticabile di “educazione”. 

Dobbiamo aiutarci tutti un po’ di più. Dobbiamo permettere che i giovani esprimano quello che hanno dentro attraverso parole nuove, forme nuove, che non si riducano al linguaggio musicale, e che per esempio potenzino quello narrativo e quello poetico. Ci accorgeremmo che loro parlano di vita, di dignità, di libertà e di altre cose che, seppur in modi diversi, continuano ad affermare la centralità dell’umanità degli individui. E non mi sembra poco…

 

Una canzone che pensi ti possa rappresentare e che chiude questa intervista ad ERRE18.

C’è una canzone che Cristiano De Andrè eseguì, con una profondità veramente straordinaria credo nel 2009, durante un concerto di suo padre Fabrizio. La canzone si intitola Nel bene e nel male, e mi rappresenta perché sa scuotermi emotivamente, ogni volta che la ascolto. 

Io non penso che tutto passi, nel bene o nel male, perché fortunatamente qualcosa resta. L’ho detto prima, lo ripeto adesso e mi piace tenere alta l’attenzione su questo punto. Quella canzone, però, su di me ha un potere che raramente riconosco alla musica: mi mette di fronte alle paure, alle speranze, ai sogni, alle cose che spero non mi accadano mai e a quelle che, accadendo, mi fanno sentire vivo. Se la ascolterete, magari dopo aver letto qualche mia pagina, penso non vi sarà difficile immaginarvi un po’ chi sono e un po’ che cosa ho dentro.

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Salone del Libro 2025: Luca Fassini - Varanasi Trip

2023, Varanasi, India. Ram, un ragazzo di diciassette anni insegue fin da bambino la soluzione di un enigma emerso nel racconto del nonno relativo alla sua visita della Grande Piramide nel corso di una trasferta di lavoro in Egitto. Non basterà lo studio della fisica e la ricerca archeologica a svelare il mistero, ma l’incontro inaspettato con due entità ultraterrene renderà possibile l’avventura più straordinaria della sua vita, scavalcando addirittura i limiti del tempo e dello spazio.
Eccoci al Salone del Libro in compagnia dell’autore di Varanasi Trip: Luca Fassini, opera di un autore esordiente, è un romanzo che cattura con la sua scrittura leggera e coinvolgente, trasportando il lettore in luoghi lontani.

 

Salve Luca! Ci vuole dire qualcosa di più della sua vita da scrittore? La passione per la lettura mi accompagna da molti anni, e più volte mi sono avvicinato con timidezza all’idea di scrivere. Poi, in una notte di metà settembre 2023, tra vento, tuoni e lampi, è accaduto qualcosa di inaspettato: è nata la prima pagina di Varanasi Trip. Quel momento ha segnato l’inizio di un viaggio straordinario, forse il più affascinante che si possa compiere: quello dentro sé stessi. Un percorso fatto di paure e punti fermi, guidato dalle emozioni e dal desiderio di scoperta interiore. Ringrazio il Dottor Federico Audisio di Somma che mi ha aperto un mondo nella scrittura, la Dottoressa Elena Massa per il prezioso editing e la casa editrice Argonauta Edizioni di Carmagnola (TO), città in cui vivo, per aver creduto nel romanzo. Ovviamente da quel momento in poi, non ho più smesso di scrivere.

 

Il libro è un romanzo di che genere? Il romanzo è stato inserito nella collana fantasy. Come spesso accade in questo genere, la narrazione parte da elementi realistici per poi aprirsi al fantastico. Il protagonista, durante le sue corse all’alba lungo le vie di Varanasi, incontra sui ghat, due entità ultraterrene che lo conducono attraverso un tunnel spazio-temporale a viaggiare nel tempo. Questi viaggi lo porteranno a confrontarsi con figure storiche di grande rilievo, nel tentativo di trovare risposte ai tanti dubbi e tormenti interiori che lo accompagnano.

 

Il lettore si trova in un viaggio incantato nell’India, lei c’è mai stato? Sì, molto tempo fa, con un’amica, nel marzo 2004. Tra tanti viaggi fatti è stato uno tra i più significativi di una vita intera. Se chiudo gli occhi ricordo ancora rumori, clacson di auto, motorini, voci, profumi, odori sgradevoli, mucche magrissime in cerca di cibo, strade dissestate e campagne senza fine, ma anche treni lentissimi costantemente in ritardo e gruppi di ragazzi che parlano e scherzano all’uscita da scuola; proprio con queste immagini ho avuto l’ispirazione di creare il personaggio di Ram. L’India ti catapulta in un film frizzante, affascinante, mistico e a tratti incomprensibile, ma reale, senza filtri.

 

Il tempo che scorre attraverso le pagine di questo libro è un tempo passato, presente o futuro? Il romanzo è ambientato a Varanasi nel 2023. Ma il protagonista incontra alcuni personaggi buoni della storia in un tempo passato e viaggia indietro di 35 anni a Calcutta e di oltre 75 anni a Delhi.

 

Lei ama i viaggi nel tempo? Sì, li amo profondamente. Immaginare i viaggi nel tempo significa per me rivivere momenti con persone care che non ci sono più: mio padre, mio zio, i nonni. È una forma di nostalgia attiva, un modo per restare con loro ancora un po’. Consiglio la visione del video, book trailer di Varanasi Trip di Luca Fassini su Youtube, realizzato da LE3C Audiovisivi.

 

Parlando di viaggi, progetti futuri? Mi affascina il Nord Europa e spero un giorno di fare una crociera sui fiordi norvegesi e di passare qualche giorno d’inverno alle isole Svalbard.

 

Che cosa si aspetta dal Salone del Libro 2025? Per me è stata l’occasione per incontrare scrittori e partecipare a discussioni stimolanti, come nel corso della presentazione del “Corso Scrivi e Pubblica” di Argonauta Edizioni in collaborazione con la Regione Piemonte.

 

Una canzone che significa molto per lei che può svelare agli amici di Erre18.  In questo momento ascolto continuamente una canzone che mi fa letteralmente perdere nei pensieri, trasmettendomi buon umore e viaggiare nelle emozioni, si intitola Pictures of you dei The Cure. Si può dire che ho immaginato tutto il racconto che sto scrivendo e che verrà pubblicato in una raccolta di racconti da Argonauta Edizioni, in occasione della Fiera del Peperone a Carmagnola (TO) a inizio settembre.

 

Ringraziamenti a ERRE18

Sono contento di aver conosciuto la Dott.ssa Vittoria Adamo al Salone del libro di Torino 2025 e grazie per questa intervista, spero possiate leggerla/vederla in molti. Un messaggio per gli amici di ERRE18 e per chiunque: “non smettete mai di sognare e inseguite sempre le vostre passioni, i sogni spesso si avverano”.

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La forza, la passione, la profonda fede, uniscono alla sensibilità e ad un profondo spirito di aggregazione, presenti  in un progetto rivolto a tutte le fan Granata e al loro modo profondo di vivere la Squadra del loro Cuore, il Torino Calcio.

Ed è da un’idea di Simona Sorbara, figura importante  e rappresentativa legata al mondo Granata, che nasce il brano dal titolo “ Noi donne del Toro”.

Cosa ti ha spinto a diventare una cantante ?

Diventare una cantante non è stato difficile, perchè il mio caro papà era un tenore lirico. In famiglia si mangiava pane e musica in tutti i sensi. Con lui ho studiato musica, canto, presenza scenica. Non è il stato solo un padre ma un grande Maestro. Ho voluto seguire le sue orme iniziando a studiare canto lirico. Non ho poi intrapreso  la carriera dell’opera ma credo che possa essere fiero di me.

Come hai visto evolversi il tuo stile musicale nel corso degli anni?

Il mio stile è cambiato proprio con lo studio. Come ti dicevo prima lo studio classico mi ha poi permesso di poter usare la voce anche per stili diversi spaziando dal rock al pop.

Quali sono stati i riconoscimenti più importanti che hai ricevuto? 

Credo che il più grande riconoscimento sia stato quello di poter essere corista di Roby Facchinetti nel suo Tour ” Ma che vita la mia“. Un tour nazionale a fianco di una delle più belle voci italiane e non solo!

Guardando indietro al tuo percorso artistico, cosa ti rende più orgogliosa? 

Se guardo al passato devo dirti che sono stati tanti i successi che mi hanno reso orgogliosa.

Una mia canzone fece parte della colonna sonora di un film di Barbara Bobulova ” La spettatrice” che venne presentato al Tribeca film Festival di Robert De Niro a New York.

Non ti dico l’emozione al cinema quando vidi quel film e lessi i titoli di coda!

Sanremo 2025, quale canzone ti ha rappresentato nel corso del festival? 

Che bel Festival! Tra l’altro vissuto insieme a te Vittoria in Sala Stampa.

Quest’anno le canzoni che ho sentito mie sono state tante, ma un testo, già dal titolo , ha catturato tanto di me:” Viva la vita” di Francesco Gabbani.

Viva la vita così com’è, Viva la vita questa vita che è solo un attimo, un lungo attimo...”

Cosa ti aspetti per il futuro della tua musica e della tua carriera?

Dal futuro mi aspetto ancora tanto perchè nell’arte si è sempre in movimento. Con la maturità degli anni sottolinei alcune emozioni che prima non ti appartenevano.

Ogni età ha una sua espressione. Mi piacerebbe fare ancora degli esperimenti di stili vocali e di scrittura.

 

Lascia i tuoi link per ascoltare il tuo ultimo singolo:

Noi Donne del Toro 

 

 

 

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Alessandro Petrucelli, un inizio da sognatore presenta il suo nuovo singolo Rosa Panna

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Un inizio da sognatore quello di Alessandro PetrucelliIl suo percorso musicale ha radici profonde. È una vera ”vena artistica”, a ERRE18, si racconta e si confida come nasce in lui il suo lato artistico. 

Ciao Alessandro, benvenuto su Erre18! Vuoi dirci qualcosa di te prima di introdurre la tua nuova uscita?

Ciao e grazie per l’accoglienza! Sono Alessandro, ho 24 anni, vengo da Caselle Torinese in provincia di Torino e canto da quando ero piccolo. Ho sempre sentito la musica come un bisogno interiore, ma solo da poco ho deciso di condividere davvero ciò che provo. Scrivo partendo da esperienze vere, senza maschere. Ogni brano è un pezzo della mia vita. Il mio brano si intitola Rosa Panna.

Come mai la scelta di questo titolo?

È un titolo che ho scelto, perché ha un doppio significato. Da una parte, richiama qualcosa di delicato e bello. Dall’altra, rappresenta l’illusione del tempo: la Rosa Panna è il colore dell’apparenza, di ciò che sembra concreto, ma in realtà non lo è. Nel testo, è proprio questo il punto: a volte crediamo di avere qualcosa davanti, ma è solo un’idea, un sogno, una speranza che non si realizza. È la dolcezza di ciò che non esiste.

Quali sensazioni pensi possa regalare questo brano a chi lo ascolta?

Credo che Rosa Panna possa far compagnia a chi ha vissuto un amore vero, magari mai davvero iniziato, ma profondamente sentito. È una canzone che non cerca effetti speciali, ma un contatto reale. Può regalare un momento di riflessione, di malinconia ma anche di pace. È una carezza più che un grido.

Se dovessi scegliere una canzone che ha segnato particolarmente il tuo percorso artistico?

Fin da piccolo sono stato segnato dai Queen, per la loro potenza emotiva, la libertà stilistica e la voce di Freddie Mercury, che per me è un riferimento. Crescendo, un artista che mi ha davvero colpito è Marracash, in particolare con il suo album Persona: crudo, diretto, profondo. E poi c’è un brano che porto nel cuore: Te lo leggo negli occhi di Franco Battiato. È poesia pura, e ogni volta che lo ascolto mi ricorda che la musica vera sa parlare senza spiegarsi troppo.

Cosa dobbiamo aspettarci da te in futuro?

Sicuramente continuerò su questa linea sincera e intima, ma non mi voglio chiudere in un solo stile. Mi piacciono tanti generi e voglio esplorarli tutti: rock pop, pop soul, rock soul e altro ancora. Non metto limiti alla mia musica, perché ogni suono è un modo diverso per raccontarsi. Quello che conta è rimanere autentici, sempre.

Lasciaci qualche link per ascoltare il tuo brano e buona musica da ERRE18.

Con piacere! Rosa Panna è disponibile su tutte le piattaforme digitali:

Spotify – Rosa Panna

YouTube – Rosa Panna (Official Audio)

“Grazie davvero per questo spazio. A presto e… buona musica! “Alessandro Petrucelli

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Pillole di Sanremo 2025: Cesare Deserto, la grande musica e le grandi melodie sono immortali

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Oltre al suo lavoro da direttore di una testata giornalistica e il suo programma radiofonico trasmesso in Italia, New York e Tenerife, in questo ultimo periodo si è concentrato sulla diffusione del suo libro. Un personaggio rivoluzionario che ha cambiato in positivo completamente la propria vita ed ha abbandonare tutto è con noi ad Erre18 : Cesare Deserto.

 

Cesare, hai sempre lavorato all’estero, soprattutto in America: vivere in Italia è un vantaggio o uno svantaggio?

Vivere in Italia è sempre un vantaggio qualora però, si sia fatta esperienza all’estero e si abbiano delle basi e delle competenze internazionali. Ricordo a tutti che l’Italia è il paese con il maggior numero di siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO e che è considerata una delle nazioni più belle al mondo. Io ho avuto la fortuna e la possibilità di lavorare per tanti anni all’estero, New York, Londra, Parigi, Zurigo, Copenaghen, ma l’Italia come clima, cibo, cultura, bellezza è per me imbattibile. Chi la critica aspramente è perché non ha mai vissuto all’estero e non si rende conto di quanto sia stato fortunato a nascere e vivere in Italia. 

 

Sono tanti i cantanti in gara del Festival di Sanremo 2025, che hai conosciuto, puoi svelarci quale canzone ti ha emozionato di più?

Mi hanno emozionato i Modà e Lucio Corsi. Ricordo quando il giorno prima del festival noi giornalisti abbiamo potuto assistere alle prove al teatro Ariston di tutti i cantanti in gara, le loro esibizioni hanno smosso dentro di me qualcosa. Scopo di una canzone è per me, quello di emozionare. I Modà e Lucio Corsi, con il loro stile e le loro parole ci sono riusciti alla grande. 

 

Quale intervista ti ha lasciato un ricordo unico nel cuore?

Per quanto riguarda Sanremo, ricordo con molto affetto le interviste fatte sia ad Amadeus che Carlo Conti che sono state trasmesse anche dal TG1. È stato motivo di soddisfazione poter interloquire con due grandi presentatori ed il fatto che la mia domanda sia stata reputata interessante da poter essere diffusa a livello nazionale, mi ha fatto molto piacere. Per quanto riguarda i cantanti, nel mio cuore ha un posto speciale Diodato. Considero la sua canzone “Fai Rumore” una delle più belle mai composte, ed il fatto che sia stata anche la colonna sonora della mia storia d’amore, ha reso quell’intervista ancora più speciale.

 

Un tuo sogno nel cassetto è… ?

Dopo l’esperienza del cammino di Santiago, di cui ho scritto anche un libro, mi sono diplomato come Insegnante di Hatha Yoga e Mental Coach. Il mio sogno è quello di aprire una sede di yogazen anche in Italia in quanto le uniche due sedi si trovano a New York e Zurigo. Secondo i dati diffusi dalla società italiana di psichiatria (SIP), in Italia la depressione colpisce 7,5 milioni di persone. Quasi il 40% di tutti i giovani italiani soffre di ansia e depressione. Il problema di questa società è che cerca la felicità all’esterno e non all’interno. Considera la felicità un processo di accumulazione e raggiungimento di obiettivi: oggetti materiali, appagamento di desideri sessuali, relazioni e situazioni piacevoli, acquisto dell’ultimo smartphone, di un vestito o borsa firmata, una promozione sul lavoro. Le nostre giornate sono spesso monopolizzate da questi pensieri ossessivi e le nostre energie dedicate in gran parte a questo scopo che deve essere realizzato il prima possibile. Nella visione occidentale, la felicità è come una montagna da scalare: quello che cerchiamo si trova lassù, in cima, lontano, forse persino irraggiungibile. Con questa visione, essere frustrati e stressati è normale: la cima è distante, lo sforzo per raggiungerla è immenso. Nello YogaZen, invece, la felicità/serenità è più simile a una montagna da scavare: quello che cerchiamo è già dentro di noi e il nostro compito è rimuovere strati di detriti accumulati in decenni di vita. Dobbiamo renderci conto che non abbiamo bisogno aggiungere, ma dobbiamo imparare a lasciare andare. Questo, in fondo, è proprio ciò che fece Siddharta, il Buddha: non si mise a cercare piaceri sempre più intensi, come aveva già fatto in precedenza. Smise anche di vagare per l’India. La sua illuminazione iniziò quando decise di fermarsi. Quando prese a scavare dentro di sé. Il mio sogno è di diffondere questo messaggio a quante più persone possibili ed è anche il motivo per cui ho iniziato ad utilizzare diverse piattaforme social, in primis Tik Tok, dove sul profilo @yogazenitalia faccio diverse Live e pubblico numerosi post, per veicolare questo messaggio.

 

Progetti futuri?

Oltre che aprire la mia sede di Yogazen qui in Italia a Roma (mi auguro entro quest’estate), girare per l’Italia e fare numerose masterclass dove diffondere il mio libro “Mollo tutto e faccio il cammino di Santiago – 900 km a piedi, da solo e senza telefono” integrando la mia esperienza con una lezione di meditazione e yogazen. Nel mio libro, oltre che parlare della mia personale esperienza, troverete anche preziosi e pratici consigli utili: l’abbigliamento e le scarpe adatte, quale tipo di zaino comprare e cosa metterci dentro, come allenarsi prima di partire. Inoltre ci sono dei capitoli dedicati alla Storia del cammino (cenni storici, simboli e leggende); durata e distanza del cammino, quanti giorni occorrono per completarlo e da dove partire in base ai giorni a disposizione; quanto costa percorrerlo, dove mangiare e dormire; se percorrere il cammino da soli per una donna può essere pericoloso e se ci sono possibilità di perdersi; infine la risposta a tante domande e preoccupazioni (che poi erano anche le mie) poste da tantissimi aspiranti pellegrini ed il mio indirizzo mail personale dove contattarmi per dissipare ogni vostro dubbio/esitazione. Inspirare il cambiamento, instillare il dubbio che questa vita possa essere vissuta in maniera diversa, che il denaro, la materialità, non siano i valori fondanti e che soprattutto non ci rendano felici ma schiavi, è questo il mio obiettivo. 

 

Una canzone che ti rappresenta. 

Una canzone? La musica è stata l’intera colonna sonora di tutta la mia vita ed ogni singolo momento di cambiamento è stato scandito da un brano. Qui dovrai concedermi una licenza poetica e anziché dirti una canzone che mi rappresenta te ne elencherò dieci: 1) Heroes di David Bowie; 2) Fai Rumore di Diodato; 3) Mia di Gatto Panceri; 4) Vuoi vedere che ti amo di Gianluca Grignani, 5) Core Mio di Giovanni Block; 6) Lasciarsi un giorno a Roma di Niccolò Fabi; 7) Quant’a bucie di Gigi D’Alessio, 8) Bohemian Rhapsody dei Queen; 9) Porcelain di Moby; 10) Turning Page di Sleeping at Last. Concludo questa intervista con la frase che uso sempre per salutare tutte le persone che mi ascoltano e mi seguono: “La rabbia genera rabbia. L’odio genera odio. L’amore genera amore” … Namastè.

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