Intervista a Amos DJ – Una vita in consolle, tra onde radio e notti infuocate
Amos, quando è iniziato tutto per te?
La mia storia con la musica parte da lontano, nel 1999. Avevo poco più di 20 anni e frequentavo Il Cubo, una delle discoteche più grandi della provincia di Cuneo, a Borgo San Dalmazzo. Era un tempio della musica, un luogo dove ogni notte sembrava un’esperienza mistica. È lì che ho conosciuto il DJ resident e soprattutto il vocalist M.M., che oltre a incendiare la pista, lavorava anche in una radio locale.
Un giorno mi invitò a partecipare alla sua trasmissione. Ricordo ancora quel momento: appena varcai la soglia della radio, sentii qualcosa cambiare dentro di me. Era come entrare in un mondo parallelo dove ogni suono aveva un significato. In quel preciso istante, capii che non potevo più farne a meno.
E da quel sogno cosa è nato?
Un sogno diventato realtà. Ho fatto di tutto per avere il mio spazio in radio, e ce l’ho fatta. In oltre 20 anni ho avuto l’onore di trasmettere su diverse emittenti locali, tra cui TRS Radio e Radio Piemonte Sound, che porto nel cuore.
Ma non mi sono mai fermato alla radio. Nello stesso anno ho iniziato anche a fare il DJ, con la mia prima vera residenza: La Cucaracha a Monterosso Grana, la domenica sera. Era il mio debutto ufficiale dietro una consolle. Da allora non mi sono più fermato.
Cosa significa per te essere un DJ?
Per me fare il DJ non è mai stato imporre i miei gusti, ma interpretare le emozioni della pista. Ogni serata è un universo a sé: pubblico diverso, energia diversa, atmosfera diversa. Ho imparato a leggere la pista, ad ascoltarla, a capire dove portarla. Questo mi ha reso flessibile, pronto ad affrontare qualsiasi situazione, anche le più complesse. Oggi, grazie all’esperienza, posso entrare in un locale senza sapere esattamente che genere suonerò — lo decido lì, guardando negli occhi chi ho davanti.
E il microfono? Una tua arma segreta?
Senza dubbio. L’esperienza radiofonica mi ha dato una marcia in più. So quando e come usare la voce, e questo mi permette di creare un legame diretto con il pubblico. Il microfono, se usato con intelligenza e cuore, può diventare un ponte potentissimo tra la musica e le persone.
Parlaci delle tue produzioni…
Con il mio socio abbiamo pubblicato brani in compilation prestigiose come HIT MANIA e altri progetti distribuiti a livello nazionale. Ma ci piace anche giocare, divertirci. Un esempio? Una delle nostre produzioni più particolari nasce proprio da un legame con il territorio.
Nel locale dove lavoro durante la stagione invernale — Il Galòt, a Roccabruna — uno dei digestivi più amati è il Chiot, un amaro alle erbe tipico della Valle Maira. Così abbiamo creato un brano che celebra proprio il Chiot e il locale stesso. È stato un tributo, un gesto d’amore. Grazie a Vena Artistica, il progetto ha preso vita anche in video: loro si sono occupati di tutto, dalla location agli attori, fino alla regia firmata da Vittoria Adamo. È stato qualcosa di unico.
Progetti futuri?
Non ci fermiamo mai. Siamo sempre alla ricerca di nuove sonorità, di produzioni che possano parlare il linguaggio del presente — per essere ascoltati in radio, in streaming, in TV, ovunque ci sia qualcuno pronto ad emozionarsi con la musica.
Che consiglio daresti a un giovane aspirante DJ?
Gli direi: “Vieni con me.” Non per insegnarti a premere ‘play’, ma per farti capire cosa c’è dietro a ogni battito: la struttura dei brani, la metrica, i generi, le transizioni. Il DJing non è solo tecnica: è cultura, ascolto, rispetto per chi hai davanti. E questo lo impari solo stando fianco a fianco con chi ha vissuto tutto sulla propria pelle.
C’è una canzone che ti rappresenta?
Sì, senza dubbio: Hot Stuff di Donna Summer. È da lì che tutto è cominciato. Non come DJ, ma come artista. Quella canzone ha acceso la scintilla che oggi è diventata un incendio difficile da spegnere.
