INTERVISTA A LEONARDO SANTOLERI – L’UOMO D’ANGOLO DEL CINEMA
Il cinema non si fa solo con i grandi budget, ma con l’osservazione quasi antropologica della realtà. Leonardo è la prova vivente che per dirigere un set serve la stessa prontezza di riflessi che serve a un pugile per schivare un gancio. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si trasforma il sudore dello sport in narrazione cinematografica.
Non chiamatelo solo regista: Leonardo è un “uomo d’angolo” della narrazione. Uno che ha fatto la gavetta nel giornalismo sportivo più crudo per poi portare quella stessa urgenza narrativa sui set e sui palchi teatrali. In questa intervista esclusiva per Erre18, ci racconta come si gestisce la pressione quando il “nemico” non è un avversario in calzoncini, ma l’inquadratura perfetta o un tablet che si spegne sul più bello.
Spesso si dice che un regista è come un allenatore all’angolo. Tu che hai vissuto il giornalismo sportivo “da bordo ring”, quanto di quel dinamismo porti sul set?
Parecchio. La fotografia e le riprese sportive fatte negli anni con The Shield of Sports sono state la gavetta perfetta. Lo sport ti costringe ad adattarti costantemente: non puoi chiedere a un atleta di ripetere un’azione perché non eri pronto. Richiede un’organizzazione maniacale che oggi è il mio pilastro sul set.
Nonostante la giovane età, hai già gestito collettivi e serie TV. La mancanza di “sovrastrutture” è stata la tua vera libertà creativa?
Di natura cerco sempre delle strutture. Sono un “pesciolino” pieno di energia, ma credo fermamente che la vera libertà sia quella di sapersi adattare a un bicchiere d’acqua, piuttosto che perdersi nell’oceano. Mi impongo regole e routine lineari: questo approccio mi permette di canalizzare l’energia verso l’obiettivo senza disperderla.
“Fighters” è una scommessa vinta. Come hai convinto una casa di produzione a investire in un ibrido tra giornalismo sportivo e documentario?
Con l’amore e la fatica. Quando ho presentato il progetto a Zut Film, credo abbiano parlato i miei occhi. Oltre ai teaser, avevo già l’ok dei protagonisti: un dettaglio non scontato visto che, all’epoca, non avevo ancora prodotto nulla. Hanno visto la passione per il cinema e gli sport da contatto e hanno deciso di scommettere su di me.
Cosa ti manca della libertà “selvaggia” dei tuoi primi corti universitari?
Mi manca poter giocare senza avere nulla da perdere, sognando quello che chiamavo “Babbo Natale pieno di soldi” (il produttore). Oggi sono uno dei pochi del mio gruppo originale ad aver continuato stabilmente in questo settore. Conservo un affetto enorme per quegli inizi e per chi, come la mia truccatrice da 8 anni, è ancora al mio fianco.
Chi “colpisce” più forte: lo spettatore a teatro o l’utente in streaming?
L’impatto del teatro è una “botta” immediata, bellissima. Al cinema o in TV l’effetto è simile, ma diluito nel tempo. Però, ti dirò: il teatro mi genera più ansia perché è un lavoro sinergico che non posso controllare totalmente. Davanti alla macchina da presa ho il controllo totale di ciò che verrà visto, e questo mi rende più sereno.
Wrestling e Cinema: qual è la bugia più grande che hai voluto smentire?
Il wrestling in Italia è un tema complicato. Io lo definisco il teatro del nuovo millennio. Spesso lo liquidiamo come un'”americanata”, ma se gli togliamo l’etichetta pregiudiziale, ci accorgiamo che è vicinissimo al teatro antico. È l’unico tipo di spettacolo che oggi riesce ancora a riempire i palazzetti di tutto il mondo.
Se la tua carriera fosse un incontro, a che ripresa saresti?
Sono al secondo round contro un pugile esperto, uno di quelli piccoli alla Tyson che ti viene addosso. Il primo round è andato bene, ho segnato dei colpi, ma ora lui sta scombinando i miei piani. Ma il bello è proprio questo: dover reagire.
Qual è il “prossimo avversario” che vorresti sfidare?
Spero quello più figo! Ho diverse proposte sul tavolo: documentari, finzione e persino l’adattamento cinematografico di un testo teatrale. Non posso ancora svelare nulla, ma vi invito fin da ora all’anteprima.
Un aneddoto dal backstage del tuo ultimo spettacolo teatrale?
Il teatro è improvvisazione pura. Lavoro sempre su tablet per motivi ecologici, ma durante l’ultima replica il tablet è morto a fine secondo atto. Il tecnico non conosceva ancora bene lo spettacolo e siamo andati nel panico. Per fortuna l’attrice Giada Piga mi ha passato il suo tablet un secondo prima di entrare in scena. Il pubblico non ha notato nulla, ma la scarica di adrenalina è stata folle.
Un aforisma per chiudere questa intervista per ERRE18.
Ti regalo una frase che mi disse un caro amico Direttore della Fotografia:
“Quando venne il tecnicolor, metà del settore se ne andò. Quando venne il digitale, i pellicolisti sparirono. Non ti auguro una bella carriera, quella l’avrai sicuramente; ti auguro di saper sempre adattarti.”
Il lavoro di questo giovane autore è la prova definitiva che il cinema non si fa solo con i grandi budget o le accademie polverose, ma con un’osservazione quasi antropologica della realtà. Leonardo non cerca la perfezione statica, cerca la verità del movimento. Che sia sotto le luci di un teatro o dietro il monitor di una serie TV, la sua missione resta la stessa: restare in piedi fino all’ultimo round, adattandosi a ogni colpo basso della produzione o della sorte.
Il suo percorso è appena iniziato, ma la guardia è alta e il passo è quello di chi sa dove vuole arrivare. Tenetelo d’occhio, perché tra documentari, finzione e nuove sfide teatrali, Leonardo non ha ancora finito di colpire. E il suo colpo migliore, c’è da scommetterci, deve ancora arrivare.
